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Buto 1657 - 2007.
Modestissima introduzione a
tre secoli e mezzo di storia, tra antico regime e modernità,
dalle carte degli archivi parrocchiale e diocesano.

Eccellenza, signor
prevosto, signor sindaco, signore e signori, buon pomeriggio.
Il ricordo consapevole
dei molti ieri che hanno preceduto la nostra quotidianità
rende da una parte più profondi, dall’altra più liberi, i
nostri giorni e i nostri luoghi, troppo spesso sentiti come
spenti soltanto perché incompresi. Per questo credo che ogni
occasione di ricordo del nostro passato, come questa, sia
sempre utile ed importante. Ringrazio dunque cordialmente per
il graditissimo invito a festeggiare oggi qui, insieme a tutti
voi, il compleanno, per così dire, della parrocchia di Buto:
l’anniversario della sua costituzione. Era infatti il 15
giugno 1657 quando il vescovo di Brugnato, mons.
Giovambattista Paggi, decretava lo smembramento di Buto dalla
parrocchia di Costola, inaugurando una nuova autonomia
ecclesiastica tuttora rigogliosa, come dimostra l’ottima
organizzazione di queste giornate celebrative.
La comunità parrocchiale
ricorda dunque tre secoli e mezzo di vita: un ricchissimo
bagaglio culturale che si innesta del resto su una storia più
antica, millenaria, anch’essa leggibile ancora, seppure con
maggiore fatica, nel nostro presente.
Intorno a noi si possono
evocare tracce di insediamenti liguri (persino suoni della
lingua di questa popolazione sopravvivono, come fossili, nei
nostri dialetti), poi liguri-romani. Le intitolazioni delle
chiese lasciano supporre si siano susseguite presenze prima
bizantine (è ipotizzata, a Focetta, la dedica della chiesa a
S. Pantaleone, mentre non lontano, a Teviggio, la parrocchiale
porta il titolo di S. Quirico), poi longobarde (S. Michele). È
del resto proprio sotto la protezione dei longobardi che, da
Bobbio, i monaci irlandesi di S. Colombano irradiarono i loro
insediamenti civilizzatori, diffondendo capillarmente la
coltura della terra, lungo la dorsale appenninica, strada
naturale, facilmente percorribile, anche senza rilevanti
interventi di manutenzione, dopo l’eclissi dell’impero romano,
monumentale costruttore della prima rete viaria europea.
Ai Longobardi successero
i Franchi che radicarono il feudalesimo. Il territorio fu
organizzato nella marca degli Obertenghi e da questi ultimi
concesso in vassallaggio ai Fieschi, cui praticamente rimase
sino all’età moderna, quando, dopo il fallimento della celebre
congiura, contro Andrea Doria (1547), detta appunto dei
Fieschi, perché da loro capeggiata, fu inglobato nel dominio
della Repubblica di Genova.
Tutte questi complessi
avvicendamenti, che paiono ancora più repentini in una
succinta esposizione come quella appena conclusa e riflettono,
nelle nostre valli, i riverberi dei più vasti mutamenti
storici europei, sono ben delineati, nonostante le grandi
difficoltà dovute alla penuria di studi dedicati al
territorio, nel volume di Gabrovec, opera che la parrocchia
riceve oggi come il più illustre tra i doni di compleanno.
Veri protagonisti della
ricerca di Gabrovec sono tuttavia gli archivi della parrocchia
di Buto e della diocesi di Brugnato, quest’ultimo oggi
conservato nell’Archivio storico diocesano che ha sede in
Sarzana; archivi nati entrambi nello spirito del concilio
tridentino, fragili testimoni di fede e di vita secolari.
Ho dunque creduto
opportuno dedicare il mio piccolo intervento principalmente ad
un sintetico inquadramento generale di queste due fonti
storiche, per favorirne –questo almeno è l’auspicio una
migliore comprensibilità, riservandomi tuttavia ancora un
breve spazio per proporre una modesta chiave di lettura delle
informazioni raccolte nei due archivi. Ho preferito invece non
avventurarmi in una rassegna delle millenarie vicende storiche
dell’insediamento di Buto, sia perché troppo tempo
richiederebbe un’esposizione problematica, per quanto rapida,
di tracce millenarie (che, a mio giudizio, occorrerebbe
studiare ancora approfonditamente, con l’aiuto, tra l’altro,
di discipline altamente specialistiche, a me ignote, come,
prima fra tutte, l’archeologia medioevale) sia, soprattutto, e
già si è detto, perché il volume, che oggi viene presentato al
pubblico, delinea già chiaramente la storia di questo
territorio e le mie parole non potrebbero risultarne che una
brutta ed inutile copia
Premessa necessaria alla
nostra conversazione è determinare cosa sia un archivio. Giova
probabilmente ricorrere all’insegnamento classico
dell’archivistica, secondo il quale si definisce archivio un
insieme organico di documenti prodotti da un ente
nell’esercizio delle sue funzioni. È possibile dedurre
immediatamente due considerazioni. La prima: un archivio non
si può costruire, come una biblioteca, ma nasce quasi
spontaneamente, per sedimentazione, dall’attività concreta di
un ente. La seconda: un archivio conserva testimonianza degli
atti giuridici di cui l’ente produttore è autore, dunque il
valore della documentazione archivistica come fonte storica è
ben diverso da quello che può avere una memoria od un ricordo
individuali.
È a questo punto ormai
ovvio che per meglio comprendere un archivio ed i documenti di
cui è composto, è dunque necessario studiare la storia
dell’ente che lo ha prodotto.
L’archivio parrocchiale
e l’archivio vescovile, dal pieno Cinquecento, sono, come già
accennato, emanazioni dello spirito riformatore del concilio
di Trento. Soltanto cercando di comprendere questo spirito
ormai lontano, ma mai spento, anche dopo il tempestoso afflato
innovatore del concilio Vaticano II, è quindi possibile
leggere le fonti con una visuale più proficua.
Riforma e controriforma:
semplificando forse troppo semplicisticamente, si potrebbe
sostenere, che queste due siano le nature che animano il
concilio aperto a Trento nel 1545 e conclusosi, con alterne
vicende e peregrinazioni geografiche, quasi venti anni dopo,
nel 1563. Alla base di entrambe una diffusa percezione di una
chiesa in crisi, corrotta e compromessa. Questo era stato il
prezzo della sconfitta della visione politica medioevale,
teocratica ed universalistica, di Innocenzo III e Bonifacio
VIII, soffocata dall’esuberante potere delle nascenti
monarchie nazionali, prima tra tutte quella francese, che
piegò l’autorità pontificia sino a spostare lontano da Roma,
ad Avignone, la sede del papato che, per così dire, da
cacciatore, fu ridotto a preda dei sovrani territoriali. La
cattività avignonese fu il preludio della moltiplicazione
scismatica dei papi, facilmente imposti dalla volontà esterna
dei principi più potenti. La violenta scossa morale, suscitata
dalla peste del 1348, che uccise, si calcola, un terzo della
popolazione europea, acuì impietosamente, nella percezione
collettiva, il senso di inadeguatezza della chiesa. Lo scisma
fu vinto in concilio: i cardinali ed i vescovi, riuniti,
ricondussero all’unicità il papato, la cui autorità risultò
però inevitabilmente minorata rispetto a quella del concilio
stesso. Da qui la costante diffidenza con cui il pontefice era
solito guardare ai concili, diffidenza che spiega anche il
lungo indugio che precedette la convocazione dello stesso
concilio tridentino.
I papi tentarono di
ricostruire la propria autorità, accordandosi con le nuove
realtà politiche emergenti. È la cosiddetta politica dei
concordati: i pontefici, per guadagnare il favore dei
principi, cedono loro benefici economici ed il privilegio di
nominare vescovi. Ne consegue la progressiva separazione tra
ufficio e beneficio: il sovrano assegna incarichi (uffici)
ecclesiastici ad uomini di sua fiducia che percepiscono il
reddito spettante alla carica (beneficio) ma, come accadeva
per lo più, erano, per formazione ed attitudine, inadatti e
disinteressati a svolgere il compito loro affidato, sbrigato
in loro vece, da altri che non ne ricevevano il meritato
compenso. Per recuperare parte della disponibilità economica
ceduta, i pontefici perfezionarono poi meccanismi burocratici
e teologici che normalizzarono, ad esempio, le sanatorie di
irregolarità canoniche con multe o la vendita delle celebri
indulgenze.
Inevitabile conseguenza
fu il diffondersi di appelli alla riforma e l’alzarsi di
proteste progressivamente sempre più violente. Tra esse quella
di Martin Lutero, agostiniano tedesco. Nel clima generale di
sfiducia e critica antiecclesiastica, il luteranesimo raccolse
ampi consensi e simpatie, anche tra gli umanisti: Erasmo e
Guicciardini ne possono essere emblematici esempi.
Fu presto chiaro che se
non si fosse affrontato con rigore il problema, il movimento
di protesta, già montato in vera e propria eresia, avrebbe
potuto mettere in serio pericolo il cattolicesimo europeo. Su
pressione dell’imperatore, che avvertiva con particolare
acutezza il pericolo politico di una spaccatura della fede
nell’Impero, vinte le diffidenze papali, fu dunque convocato
finalmente il concilio. Da subito, insieme alla componente
riformatrice, da lungo tempo invocata ed attesa da molti,
volta a sanare gli abusi e gli eccessi di una chiesa
compromessa con i potentati territoriali, emerse la volontà di
frenare l’avanzamento dell’eresia, attivando efficaci
meccanismi di controllo e di repressione. È quanto la
storiografia ha tradizionalmente indicato con il termine di
controriforma. Tra gli strumenti di controllo messi a punto
dal concilio, l’obbligo per i parroci di tenere registri
parrocchiali fu tra i più utili e fortunati.
Iniziarono così a
sedimentarsi negli archivi delle parrocchie, tra gli altri,
registri di battesimo, di matrimonio, di cresima e di stato
d’anime. In questi ultimi erano solitamente censiti tutti i
parrocchiani, in età da comunione, raggruppati per famiglia,
visitati dal curato prima di ogni Pasqua. Era così facile
individuare quanti, nell’imminente festività, non avrebbero
adempiuto il precetto eucaristico.
Gli archivi parrocchiali
permettevano insomma di evidenziare facilmente i possibili
rischi di diffusione dell’eresia, consentendo di arginare i
pericoli tempestivamente. Oggi, perso l’uso originario, per la
ricchezza delle informazioni raccolte, hanno acquisito una
preziosità storica incalcolabile.
Soltanto alcuni aspetti:
in un’Europa da una parte sempre meno legata alla religione
tradizionale, dall’altra frequentata da fedi un tempo
inimmaginabili in questo territorio, come la mussulmana, o da
nuove correnti filosofiche, come il buddismo, gli archivi
restano testimoni di un passato in cui le comunità aderivano
profondamente al cattolicesimo nella loro pressoché completa
totalità.
Non si può poi negare il
valore genealogico di questi archivi (soprattutto per famiglie
che non hanno antenati illustri) con risvolti anche più
pratici: basti considerare le numerose richieste di
certificati da parte dei discendenti di emigrati italiani
nell’America latina, per l’ottenimento della cittadinanza, o
la necessità di ricostruire mappe genetiche per la ricerca
medica.
Pur con tutte le cautele
del caso (il giorno del battesimo, ad esempio, non coincide
con il giorno della nascita) gli archivi parrocchiali
rappresentano inoltre una privilegiata fonte demografica e
socioeconomica. Studiando i dati, come bene dimostra Gabrovec,
è possibile trarre alcune fondamentali osservazioni generali
in questi ambiti di ricerca.
È facile notare
innanzitutto che l’età media dei defunti a Buto, sino al
secondo dopoguerra, rimane stabile, mediamente intorno ai
55-60 anni, con alti tassi di mortalità infantile, uniti ad
una natalità molto elevata.
L’economia pare quasi
esclusivamente agricola, in un’Europa che, in età moderna,
vive di agricoltura per il 70-75%.
Si possono inoltre
rilevare altissimi tassi di analfabetismo: in tutto il XIX
secolo soltanto 4 sono i padri letterati.
Gli archivi descrivono
dunque il secolare ripetersi di un medesimo ritmo di vita,
che, oltre le tradizionali fratture individuate nella storia
italiana ed europea, come il diffondersi delle nuove idee
rivoluzionarie, sotto l’impeto delle armate francesi, replica
se stesso almeno sino all’industrializzazione italiana degli
anni del boom economico, unica vera rivoluzione percettibile a
Buto, analizzando queste fonti demografiche. Come
autorevolmente ha mostrato lo storico Fernand Braudel, la vita
quotidiana non segue, per lo più, i tempi convulsi della
storia evenemenziale; non si spezza con i mutamenti, anche
violenti di governo o con i devastanti passaggi delle guerre.
La civiltà materiale ha tempi di lunga durata. A Buto, come in
molte altre aree d’Europa, il cosiddetto “antico regime”, di
cui tutti i manuali celebrano il termine con la Rivoluzione
francese, perdura, come si vede, per certi aspetti, ben oltre
la rivoluzione stessa, o la prima guerra mondiale (altro
mutamento epocale che un altro storico, Arno Mayer, suggeriva
di adottare come discrimine tra modernità e contemporaneità).
È possibile abbozzare
con maggiore definizione il quadro di questo “antico regime”
di lunga durata a Buto, ampliando lo sguardo sull’archivio
vescovile che ci può offrire l’impressione di un visitatore
esterno, cittadino, esponente del ricco centro dirigente.
L’osservazione dei vescovi, probabilmente molto simile alla
nostra contemporanea, pare colpita soprattutto dalla miseria
di comunità come Buto: così è attestato dalle relazioni delle
visite pastorali, seconda grande fonte del volume di Gabrovec.
Anche la pratica della
visita pastorale, come la tenuta dei registri parrocchiali,
risale al concilio di Trento che prescrisse ai vescovi di
visitare le parrocchie della propria diocesi per osservare
personalmente il loro stato morale e materiale. Delle visite
compiute si faceva redigere memoria per lasciare ai successori
utili indicazioni. Se, per semplificazione, volessimo
generalizzare la complessità delle informazioni raccolte nelle
visite pastorali, da lunghissimo tempo ormai oggetto di studio
e consultazione, potremmo notare, seguendo uno storico
tedesco, che il vescovo punta la sua attenzione lungo due
direttrici: da una parte lo stato materiale degli edifici, dei
loro arredi, della loro amministrazione (visitatio rerum),
dall’altra l’esame del clero (soprattutto dal punto di vista
del corretto adempimento dei suoi obblighi) e dei laici (visitatio
hominum). Eppure, tra le righe, pare spesso possibile rilevare
quasi anche le personali impressioni dei prelati. Ecco dunque
il vescovo Lomellini, nel 1726, costretto a vestirsi “in una
stalla”, “per non esservi la canonica”, talmente colpito dalla
povertà della chiesa da concludere: “harei dovuto sospendere
il parroco o provedere in altro modo, ma l’impossibilità di
trovare l’economo per la povertà della parrocchia e popolo
m’impedì il farlo e ne meno stimai, attesa la lontananza,
riunire questa chiesa a quella di Costola”.
Comportamento simile è
ravvisabile in mons. Tatis che, visitando Buto nel 1757 tra
“il pochissimo popolo concorsovi”, avrebbe voluto inizialmente
prescrivere alcune migliorie ma “attesa la povertà della
chiesa e del popolo situato alle falde del Montegotto,
riflettendo alla miseria, non venne a fare decreto né
ordinazione alcuna”.
La faticosa quotidianità
della comunità agricola, compresa dai vescovi, era spezzata
occasionalmente dalle feste tradizionali, celebrate “con
quella solennità che è possibile”, come indicò il rettore
Giovanni Battista Pietronave nel 1821, con percettibile tono
forse di rassegnata commiserazione. Innanzitutto si onorava il
patrono, S. Pietro “del quale se ne celebra la festa il 29
giugno per consuetudine. Si canta messa e al vespro si dà la
benedizione col SS. Sacramento”, scrive il rettore Stefano
Besagno nel 1757. Quindi, nella prima domenica dopo l’8
settembre, la festa della Madonna del Soccorso, cui fu
dedicato un altare, completato nel 1762. Poi la processione
del Corpus Domini e le rogazioni, seguite con particolare
devozione soprattutto nelle comunità agricole.
Tutte le domeniche
dell’anno invece era celebrata la messa, preceduta
dall’illustrazione del catechismo.
Rilevante infine il
culto dei defunti, con l’istituzione di legati. Nel 1917
quelli perpetui erano 11.
Soltanto nel 1911 fu
invece fondata una confraternita, istituzione fondamentale, in
antico regime, per l’erogazione dell’assistenza pubblica e per
la partecipazione laicale alla vita ecclesiastica, dedicata a
S. Pietro. Forse l’esiguità delle risorse ne impedì, in
precedenza, la costituzione.
L’amministrazione della
parrocchia era affidata ai massari, denominati, dall’inizio
del XIX secolo, per volontà napoleonica, fabbriceri (dal
termine francese fabrique, edificio). La vita religiosa è
movimentata soltanto da piccole innovazioni. Nel 1923 la
rettoria è innalzata a prevostura, mentre, dal 1926, la
liturgia è allietata dalla musica dell’harmonium, acquistato a
Chiavari e collaudato dal celebre maetro Campodonico.
In questo quadro così
tratteggiato, stabile per secoli, effettivamente gli
avvicendamenti evenemenziali della cosiddetta “grande Storia”
sembrano davvero scorrere quasi senza fratture: poco più di un
elenco vano di guerre e potentati, come quello snocciolato nel
1821, dal rettore Pietronave che, quasi in litania, enumera
quanti si successero, sino ad allora, nel dominio di Buto:
“sotto il re di Piemonte si trova la parrocchia, nel passato
sotto i francesi alcuni anni e per l’avanti sotto la
repubblica di Genova”.
Soltanto i francesi
forse lasciarono un segno maggiore: fu, ad esempio istituito,
secondo le nuove disposizioni governative, il cimitero lontano
dal paese, anche se, nota sempre il rettore Pietronave, spesso
i morti “si seppelliscono ancora nella chiesa per non poter
portare i cadaveri al cimiterio per causa di pioggia e altro
tempo cattivo perché è distante dalla chiesa”.
Come i governi passano
carestie, colera, guerre: le due d’indipendenza (e Buto ha un
protagonista di queste pagine risorgimentali, Gaetano Ghiorzi)
e le due mondiali.
Soltanto dopo la seconda
guerra mondiale, come già notato, si registra una svolta:
anche Buto infatti vive l’epocale passaggio di tutta la
nazione da un mondo agricolo ad un nuovo mondo industriale.
La vita si allunga ma il
paese si spopola: e la memoria viva sostituisce ormai le
carte.
Tutti questi
trecentocinquanta anni, di cui resta traccia negli archivi e
nella vita, è assorbita oggi in questo presente festoso, in
questa giornata che riscatta e sublima i secoli, spesso di
povertà, sempre di vita, che ci hanno preceduto. La storia non
è mai, non deve essere mai, in ciascuno, divisa dal presente:
essa è parte del presente e strumento insieme di crescita
verso il futuro.
Non mi resta dunque che
augurare a Buto un lungo futuro.
Buto ne ha la forza: la
sua forza è anche una rincorsa di tre secoli e mezzo.
Il suo slancio non potrà che
vincere in fondo le nebbie lontane di una lunga posterità.
Riccardo Barotti
PICCOLI
SUGGERIMENTI DI LETTURA:
La
relazione, che ricalca la conversazione tenuta nella
parrocchia di Buto il 19 agosto 2007, non è dotata di note
critiche, rispecchiando l’estemporaneità dell’intervento. Si
potranno verificare ed approfondire gli argomenti accennati
sfogliando le piccole note bibliografiche sotto riportate.
Bloch M.,
Apologia della storia, Torino, Einaudi, 1969.
Marrou H.I.,
La conoscenza storica, Bologna, Il Mulino, 1988.
Braudel F.,
Civiltà materiale, economia e capitalismo, Torino, Einaudi,
1982.
Prosperi A.,
Storia moderna e contemporanea. I. Dalla Peste nera alla
guerra dei tren’anni, Torino, Einaudi, 2000.
Prosperi A.,
Il Concilio di Trento: un’introduzione storica, Torino,
Einaudi, 2001.
Tomaini P.,
Brugnato città abbaziale e vescovile, Città di castello,
Unione Arti Grafiche, 1957.
Freggia E.,
Foglie Sparse, Sarzana, 2002, in particolare l’articolo I
libri parrocchiali della diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato,
pp. 44-49.
L’antica
diocesi di Brugnato nelle visite pastorali dei vescovi
Lomellini e Tatis. Luoghi della Val di Vara e del Tigullio nel
XVIII secolo, attraverso le carte dell’Archivio Vescovile,
Sarzana, 2006.
Buto
(nell’alta Val di Vara), a c. di
Gabrovec S. e De Mattei L., Buto, 2002.
Buto in cammino,
a c. di Gabrovec S. e De Mattei L., Buto, 2007. |