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Relazione sui due libri su Buto.
Il progetto

Buto attualmente
ha solo una ventina di residenti, con diverse centinaia di
suoi figli lontani dal paese e la sua storia, comune a quella
dei molti paesini della nostra bellissima valle, è ricca di
avvenimenti, conosciuti purtroppo solo dagli storici o da
qualche appassionato. Storia che è coinvolgimento dei suoi
abitanti nelle grandi vicende che hanno contrassegnato la
Liguria, ma soprattutto nei piccoli eventi, quelli che
quotidianamente interessavano le minute comunità della nostra
montagna, strette attorno alla propria Chiesa, al proprio
parroco. Piccoli ma importanti fatti che dovevano essere
annotati, prima che ne sparisse definitivamente il ricordo.
Ecco che
nacque il progetto. Recuperare il passato, per memoria nostra
e dei nostri figli.
Il primo
libro è costruito sulle testimonianze dei nostri nonni e
genitori e ci ha permesso di comprendere i sacrifici, le
fatiche, le sofferenze di chi ci ha preceduto. Un’esistenza
particolarmente difficile, rimasta invariata per secoli sino
alla metà del novecento, vissuta nel conforto della religione
e nella fede, ma anche un mondo dal quale poter oggi attingere
sani valori, l’importanza della famiglia, della solidarietà,
del rispetto reciproco.
Dai racconti degli
anziani del paese, purtroppo molti non più tra noi, è emersa
l’immagine di una comunità povera, con un’economia di pura
sussistenza, che però viveva serena, in semplicità, con fermi
principi morali, con una visione positiva dell’esistenza
nonostante le mille insidie che la condizionavano (pensiamo
alle epidemie, alle carestie, alle avversità atmosferiche che
incidevano sui raccolti, alle guerre), con accentuate
relazioni interpersonali e familiari che possono sembrare
strane, oggi, in un mondo ove impera l’egoismo,
l’individualismo, la solitudine.
In quell’occasione
molte informazioni ci giunsero sulla seconda guerra mondiale e
sulla guerra civile che sconvolse la nostra valle. Vivi erano
i ricordi dei rastrellamenti delle truppe nazi-fasciste, la
battaglia del Gottero del gennaio del 1945 con la cattura di
11 butesi, colpevoli solo di aver ospitato nelle loro povere
case i partigiani, percossi e tradotti sotto la minaccia delle
armi a Sestri Levante e fortunatamente successivamente
liberati. Altro evento tragico che coinvolse gli abitanti di
Buto fu la battaglia ricordata col nome del nostro paese che
quasi alla fine della guerra, il 21 marzo 1945, vide un
feroce scontro attorno alla Chiesa, con morti e feriti, tra i
quali una donna del paese. E il nostro primo libro ha voluto
raccontare questi episodi, per un sia pur tardivo
riconoscimento dei rischi gravissimi corsi dalle popolazioni
della nostra montagna, mai sufficientemente riconosciuti.
La storia, le
leggende, le tradizioni, la cucina, i mestieri, i costumi, le
usanze, i proverbi, questo ed altro troviamo nel primo volume
il cui titolo è “Buto, nell’Alta Val di Vara” edito nel
dicembre del 2002.
Ebbene, quel primo
libro ebbe la capacità di cementare un nuovo legame tra i
discendenti degli antichi butesi. Come dimenticare che le
spese per la stampa erano state sostenute da tutti noi, a
titolo definitivo, in quanto i proventi ricavati sono
interamente destinati alla Chiesa? Come non ricordare le prime
seicento copie andate presto esaurite, che hanno costretto ad
una ristampa? I commenti favorevoli (ricordo le parole scritte
da Sandro Ghiorzo a nome dei compaesani), la richiesta
pressante di un secondo libro che giungeva da più parti?
Durante le
ricerche per la stesura del primo testo era emersa la data
della separazione della nostra parrocchia da quella di
Costola. 1657. Eravamo a pochi anni dalla ricorrenza del
trecentocinquantesimo anniversario. Quattro anni dedicati alla
ricerca di documenti storici sul paese, spulciando
nell’archivio parrocchiale, in quello del vicariato di
Teviggio e nell’archivio della diocesi di Bugnato, ora
conservato presso la Biblioteca Niccolò V di Sarzana.
Leandro De
Mattei aveva fotografato parte dei vecchi registri della
parrocchia e le immagini erano state salvate in alcuni CD ed
io ogni tanto li lanciavo sul portatile, cercando di decifrare
gli scritti. Non è stato facile: soprattutto le differenti
calligrafie dei 38 parroci che hanno amministrato la
parrocchia sembravano ostacoli insormontabili. Piano piano ho
cominciato a decifrare i cognomi, poi le frasi usate
comunemente nelle registrazioni. Con Leandro abbiamo
completato la raccolta delle fotografie e creato una banca
dati con tutte le immagini dei documenti visionati (alcune di
queste foto sono esposte nella nostra mostra), in particolare
dei libri parrocchiali, e piano, piano ho cominciato a
decifrarli. Spesso comparivano annotazioni diverse dalla
registrazione dei battesimi o dei matrimoni o dei funerali. La
correzione di un errore, l’annotazione del battesimo di due
gemelli, le lamentele di un parroco costretto a spendere del
suo, senza il supporto dei parrocchiani, l’incendio della
canonica, la testimonianza dei parroci d’aver adempiuto ai
legati, le proteste dei massari al vescovo contro un economo
spirituale col vizio del bere. Poi il libro delle memorie con
notizie sui parroci, l’elenco dei beni del beneficio
parrocchiale, l’inventario delle suppellettili, le denunce dei
furti subiti, le elemosine, le raccolte per la Chiesa delle
castagne secche e del legname, la colletta per l’acquisto
dell’armonium, per l’acquisto della statua della Madonna, e
così via.
I dati rilevanti
sono stati informatizzati e le quasi 35.000 informazioni
raccolte sono state incrociate tra loro per rilevare elementi
statistici.
Di grande
interesse è la raccolta dei dati sui 1.410 battezzati a Buto
che ci permette di ricostruirne la genealogia. Queste
informazioni sono a disposizione degli interessati e sarà
sufficiente una richiesta al parroco (e magari un’offerta alla
parrocchia) per ottenerne un estratto.
L’ultimo anno è
stato impegnato nella scrittura del testo. Pochi giorni fa, la
stampa.
Perché il
titolo “Buto in cammino” ?
Vari sono i
primi attori di questo secondo libro, i parroci, le balie, le
levatrici, i figli dell’ospedale, gli emigranti, i soldati, i
paesi vicini, ma il vero protagonista, anche di questo secondo
libro, è nel suo insieme il “popolo di Buto” come era chiamato
nei secoli scorsi dai parroci.
Abbiamo
ricordato gli attuali pochi residenti. Ora il popolo di Buto è
composto da essi ma anche e soprattutto dai numerosi
discendenti sparpagliati per il mondo. Alcuni di questi hanno
restaurato le case dei loro genitori e passano le loro vacanze
a coltivare l’orto, mantenendo il contatto col paese. Ma molti
altri non hanno questa possibilità. Pensiamo agli eredi di chi
a fine ottocento e primi novecento ha scelto di migrare in
Argentina o in California alla ricerca di migliori condizioni
di vita. Ebbene, uno dei modi per tenere coesa la vasta
comunità dei butesi ora sparsa, è proprio richiamare le radici
comuni, ricordare chi ci ha preceduto e dal loro esempio
trarre la forza per affrontare il futuro. Recuperare il
passato per creare un ponte virtuale tra le vecchie e le nuove
generazioni. E ciò può avvenire con l’aiuto dei libri, con lo
sviluppo del nostro sito internet, coltivando le tradizioni,
partecipando alle feste religiose e celebrando con i dovuti
onori gli anniversari.
Siamo certi
che queste iniziative possono agevolare il cammino di Buto
verso il domani e far rivivere l’antica immagine del suo
popolo.
E il titolo
del libro vuole anche essere augurale: che ancora lungo sia il
cammino del paese e del suo popolo, attorno alla propria
parrocchia. |