Falco, il partigiano. La Resistenza nel territorio di Varese Ligure 

 

Alla fine del 2015, all’età di novant’anni, ci ha lasciato il partigiano Lorenzo Armanino, nome di battaglia “Falco”, della Divisione Partigiani Cristiani “Cento Croci e Val Taro”. Lo ricordiamo riportando quanto ci raccontò nel febbraio del 2013 durante la stesura del nostro libro “Caranza di Varese Ligure. Un paese … un passo verso il domani”:

“Sono nato ad Astù di Varese Ligure e poi mi sono sposato al Chiappone di Caranza. Nell’aprile del 1943 avevo diciotto anni e dovevo presentarmi per l’arruolamento al distretto di Massa Carrara. In quella difficile situazione decisi di non presentarmi e da allora per tutto il periodo di guerra non feci più rientro a casa. Dopo l’armistizio partecipai alla nascita della Cento Croci avvenuta durante un incontro tra una decina di persone nella casa dei Lunghi, a Caranza. Tra queste persone c’erano Richetto (Federico Salvestri), Mario Delucchi, Vittorio Figone, Aldo Tambini di Albareto e Varacchi. Nelle azioni contro il nemico feci parte della squadra di sabotatori specializzati nel far saltare i ponti. Le armi ci venivano paracadutate dagli Alleati sui crinali dei nostri monti. Ho partecipato a ventisei azioni e tra i ponti demoliti ricordo quello di Ostia Parmense. Da un sommergibile erano sbarcati, tra Riva Trigoso e Moneglia, otto inglesi con Gordon Lett che poi presero contatto con la Cento Croci-Val Taro per far saltare il ponte parabolico di Ostia. In parte furono uccisi o fatti prigionieri e l’operazione fu comunque portata a termine da me e da mio fratello. Anche il ponte Rollino sul Borsa fu fatto saltare dopo aver neutralizzato la postazione tedesca. Per far crollare il ponte dei Casali giunsi sul posto partendo da Caranza con due muli carichi di tritolo. L’8 settembre del 1944, mentre mi lavavo a una fontana nella zona di Tornolo, fui visto dagli alpini della Monterosa che mi intimarono l’altolà. Scappai in un campo di granoturco e poi in un canalone con precipizio e infine in un bosco, riuscendo a sfuggire alla cattura. Ho partecipato alle battaglie del monte Scassella e del monte Gottero. Con circa duecento partigiani fui circondato alla Ciappa, fortunatamente era una giornata fredda e nuvolosa con molta nebbia attorno al monte Gottero. Dopo aver nascosto le armi (mortai e mitragliatrici) in un buco, filtrammo tra le linee dei tedeschi, che sentivamo parlare, e giungemmo sul monte Zuccone, sopra Tarsogno, mentre la nebbia diradava. Il comandante Richetto aveva catturato un maresciallo tedesco e alcuni soldati che poi aveva lasciati liberi. Quando a sua volta fu preso prigioniero nell’osteria di Montegroppo fu condotto verso il castello di Bardi per esservi imprigionato ma il maresciallo che aveva liberato lo riconobbe e lo fece fuggire. Tra gli altri episodi ricordo i due partigiani che furono uccisi a Cento Croci, trascinati vivi nel pietrisco con le camionette e che furono poi portati nel cimitero di Caranza.”

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