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finanziati per la stampa dai "discendenti" degli
abitanti.
Ancora Gabrovec ha realizzato, insieme a |
Leandro De Mattei, il sito internet
www.buto.it che, anche grazie a una webcam, è diventato il rapporto
con le proprie radici per migliaia di visitatori sparsi nel mondo,
in particolare in Argentina e in California.
Un marketing territoriale "fatto in casa" ma efficace che parte
dalla considerazione che questo piccolo centro è nato sul tracciato
dell'antichissima strada che collegava la Riviera alla pianura
padana e sulla quale transitavano i mercanti con i carichi di sale,
olio e vino mentre ritornavano al mare con grano. Con a fianco la
cima del monte Gottero, la vetta più elevata dello spezzino (1640
metri).
Con la riscoperta della storia, un gruppo di originari di Buto sta
perciò mettendo insieme l'ambiziosa idea di partire da questi
piccoli gruppetti di case nell'alto entroterra spezzino, per far
rivivere una località anche da punto di vista turistico,
paesaggistico ambientale.
In effetti, altre località sono state "scoperte" da stranieri, ma
non "riscoperte" dai locali o dagli italiani: è il caso,
emblematico, |
di una parte del territorio che gravita, e non solo sul
mare, dietro alle Cinque Terre, da ormai parecchi decenni
"colonizzato" da quelli che erano turisti e che sono diventati oggi
proprietari di case e di rustici, provenienti, nella maggior parte,
dall'Inghilterra, dall'Olanda e dalla Germania. E proprio il Comune
di Varese Ligure, che dista da Buto "per ponente miglie una e
mezza", come indicato nel "Dizionario cronologico e geografico della
Repubblica di Genova" della fine del Settecento, ha ottenuto
svariati riconoscimenti per la qualità dell'aria e quale migliore
comunità rurale della Unione europea.
Come anche altrove, anche qui si cerca di accendere l'interesse di
figli dei vecchi abitanti e di nuovi turisti attraverso la storia
dei luoghi, delle tradizioni, della cucina,. dei mestieri e delle
usanze. Gabrovec ne ha raccolte – e continua a raccoglierne –
parecchie. Come la tradizione del castagno, che a Buto. come in
generale nella Liguria. era tenuto sotto controllo con
l'asportazione dei rami secchi e dei polloni, con Sergio Gabrovec
nuovi innesti, con la pulizia castagne erano poste su grate di
listelli |
di legno per farle essiccare, mentre il fumo usciva dalle tegole del tetto. Seccate,
scelte le migliori, le si portava al mulino per la macina per farne
farina che. in parte, veniva venduta e, in parte, conservata
pressata nelle cassapanche sino al raccolto successivo.
Tra i raccolti, a Buio, come in molte altre situazioni d'altitudine
similare (qui siamo a 690 metri). il primo in ordine di tempo, che
avveniva verso la metà di luglio, era quello della segale al quale
seguiva, subito dopo, quello del grano. Il terzo raccolto, dopo
ferragosto, ma secondo per importanza economica solo a quello delle
castagne, era quello delle patate, che in val di Vara furono
conosciute verso fine Settecento diventando da subito il principale
sostentamento delle popolazioni. Il quarto raccolto a metà settembre
era quello dell'uva, mentre il quinto riguardava il granturco. oltre
ai funghi e ai frutti del sottobosco. Raccolti poveri, di
sussistenza e che consentivano piccoli commerci.
Il messaggio di Gabrovec e degli altri che lavorano come lui alla
storia di Buio è che il marketing territoriale, la rivitalizzazione
dell'entroterra, si può fare anche con la passione.
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